Caro Paolo, ti ho visto scrollare la testa con la morte nel cuore, sul viso.
Il suo peso ti piegava le spalle. Chi ti era vicino, a un passo o a migliaia di chilometri di distanza, avrebbe voluto stringerti forte.
Sorreggerti. Ma non ne aveva la forza. Il mondo, il nostro mondo, fluttuava nella sua bolla di dolore, completamente inebetito.
Il tremito che sentivamo dentro si è sciolto in pianto, in lunghi silenzi, in una rincorsa di pensieri senza più speranza.
Ti ho rivisto a Valencia, in un giorno di sole del 2005. Marco aveva appena chiuso con la 125 e si preparava a salire sulla 250.
Giornalisti ed ex piloti provavano le MotoGP e tu eri lì a guardare, ammirato da come Luca Cadalora, nell’occasione tester per Motosprint, avesse ancora uno stile bello ed efficace. Parlammo a lungo, quel giorno. Legammo.
Venni conquistato dall’armonia di casa Simoncelli, da quella cordialità di cui è generosa la Romagna.
Penso alla gioia per le prime vittorie con l’Aprilia 250 e a quel titolo mondiale arrivato un po’ a sorpresa, a restituirvi il sorriso dopo due stagioni difficili, sofferte.
Penso a come vi eravate stretti l’un l’altro, facendovi forza, trovandone altra ancora nelle persone che hanno creduto in voi, con cui avete fatto squadra.
Penso a quanto sia terribile e ingiusto quello che ti ha colpito, che vi ha colpito. Penso che tutto quello che tu e Marco avete diviso in questi anni molti padri non lo hanno vissuto mai. Una cosa
meravigliosa. Ricordo come mi fece sorridere quello che Marco ha scritto di te nel suo libro:
«È un amico così rompiballe che sembra quasi un padre».
Un padre che abbraccio forte forte.
Stefano Saragoni